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Il Giornale 23.12.07
Il giudice piega la legge sulla
fecondazione: sì ai test sugli embrioni
E due. Sono due le picconate dei giudici alla legge sulla
procreazione assistita. Che vacilla sempre in fatto di diagnosi pre
impianto. Prima c’è stata la clamorosa sentenza del tribunale di
Cagliari, ora quella del tribunale di Firenze che lo segue a ruota
per sostenere, a dispetto di quanto stabilisce la legge, che è
lecito eseguire i test sugli embrioni da impiantare in una
fecondazione assistita se c'è il rischio di trasmettere una grave
malattia genetica. Come l’estosi, forma rara che genera la crescita
smisurata della cartilagine delle ossa, di cui è affetta una donna
milanese che ha vinto la causa.
Il varco dunque è ormai aperto e il ministro della Sanità, Livia
Turco, dovrà presto metter mano alla norma per evitare ricorsi a
catena in tutta Italia. I portatori di malattie genetiche, infatti,
sono tantissimi, tre milioni solo per la talassemia, e chi di loro
vuole avere figli non affetti dalla stessa patologia, deve migrare
all’estero e sostenere spese di trasferimento, di degenza
ospedaliera, di costi per la diagnosi embrionale. Lo stress che
subisce una donna per sostenere tutto questo, inoltre, non ha
prezzo. Ma pare che non si debba più avere almeno diecimila euro nel
cassetto per poter concepire un figlio sano. La via del ricorso
sembra ormai vincente. Lo sa bene Simona, la donna talassemica che
ha vinto la prima causa pilota e che tra qualche mese potrà sapere
se è normale l’embrione selezionato nel centro Microcitemico di
Cagliari e attualmente congelato.
Ne è convinto anche Giovanni Monni, direttore dell’istituto: «Sono
fiducioso, le cose cambieranno presto. Io ricevo centinaia di
telefonate da tutta Italia di potenziali genitori che mi chiedono
come fare per evitare di avere un figlio malato come loro. A tutti
rispondo di avere pazienza. Il ministro Turco non potrà non tenere
conto delle due sentenze sulla diagnosi pre-impianto».
Il senso delle decisioni, del resto, sono simili e ricalcano quando
stabilito dalla Corte costituzionale e dalla Cassazione in tema di
diritto alla salute della donna e del diritto di eguaglianza.
«Assistiamo a un controsenso giuridico – aggiunge Monni –. Da una
parte si ammettono esami invasivi come l’amniocentesi oltre
all’eventuale aborto terapeutico nel caso di feto malato, dall’altro
non si ammette la diagnosi fatta su un embrione di otto cellule che
potrebbe evitare di far nascere un bimbo con seri problemi
genetici». Monni, del resto, sostiene la vita a tutti i costi. «Io
non dico di buttare via l’embrione malato, ma chiedo di conservarlo
in attesa di terapie nuove che possa curare il futuro feto».
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